A 449 metriAnago TamaiA 449 metri
Per gustare l'anago.

Un ristorante francese di altissimo livello a Nihonbashi, a Tokyo, dove il pasto va avanti per ore e si chiude con un carrello di dolcetti da scegliere uno per uno. Asahina Gastronome ha due stelle Michelin e in cucina c’è Satoru Asahina, che ha guidato per anni le cucine del gruppo Robuchon prima di mettersi in proprio: cucina francese classica, riletta con ingredienti giapponesi e impiattamenti costruiti nei minimi dettagli.
È una tavola da grande occasione, un compleanno o un anniversario, oppure da togliersi lo sfizio una volta e ricordarselo per anni. Se cercate una cena veloce, cercate altrove.
Il menu è fisso, con la lista delle portate scritta in francese e in giapponese su un foglio che vi mettono in mano all’inizio. Si parte dagli amuse-bouche e si arriva ai dolci passando per una decina di passaggi, per cui mettete in conto un pasto lungo e niente appuntamenti nelle ore successive.
Le materie prime sono di quelle che si vedono raramente tutte insieme: caviale, aragosta, tartufo nero, pesci pregiati. La mano però non è quella che carica il piatto per stupire, ogni porzione è calibrata e alla fine si arriva ai dolci ancora in condizioni di mangiarli.
Quella zuppa è il momento che ricordo meglio di tutto il pasto salato: il profumo arriva addosso mentre ancora state mangiando la portata precedente, e il risultato nella tazzina ha una concentrazione che ricorda il brodo con cui si chiudono certi pasti giapponesi, solo con un gusto tutto europeo.
La quaglia aromatizzata al whisky è il passaggio più tradizionale della sequenza, carne morbida e salsa scura, niente giochi di presentazione: dopo tanti piatti costruiti fa un effetto strano e piacevole ritrovare qualcosa di così diretto.
Un avviso onesto: i sapori qui non sono mai timidi. Il tartufo nero sull’hamo si sente eccome, e se siete abituati alla cucina giapponese delicata all’inizio potreste trovare tutto un po’ sopra le righe.
A pranzo si sta sui 25.000–30.000 yen a testa, a cena si sale sui 40.000–50.000, con il servizio del 10% che si aggiunge al conto. Se prendete anche l’abbinamento dei vini, e la carta è lunghissima soprattutto su Borgogna e Bordeaux, la cifra cresce ancora.
È caro, inutile girarci attorno, e non è un posto da tutti i giorni. Detto questo, per il livello tecnico che vi trovate davanti e per il numero di portate, secondo me il rapporto qualità-prezzo regge eccome: tavole francesi con lo stesso numero di stelle, in Europa, costano uguale e danno meno.
Quando ho voglia di una cena francese di quelle che mi restano in testa per mesi è uno dei primi nomi che mi vengono in mente, perché so già che dal primo boccone all’ultimo dolcetto non c’è un passaggio buttato lì tanto per riempire.
Dalla strada non si capisce niente di quello che c’è dentro, il che rende ancora più forte lo stacco appena si entra. La sala gioca tutta su bianco, grigio e argento, con un grande lampadario che è la sola cosa vistosa dell’ambiente.
Sul tavolo trovate una tovaglia chiara, il tovagliolo arrotolato sul piatto, posate pesanti d’argento, i bicchieri allineati e un lumino acceso. Sono una ventina i coperti in tutto, più una saletta separata per chi vuole stare per conto proprio.
Fra un tavolo e l’altro c’è spazio vero, si parla senza sentirsi addosso i vicini e senza abbassare la voce. Il rumore di fondo è quello delle posate e delle conversazioni tranquille, nessuna musica che copre tutto.
Vestitevi bene. Qui in jeans e maglietta stonate e si vede subito, la clientela è gente che per questa cena si è preparata.
L’accoglienza è il motivo per cui parlo di questo posto anche a chi non è appassionato di cucina francese. Vi seguono dal momento in cui vi sedete senza mai farvi sentire osservati, e ogni piatto arriva con la spiegazione di cosa c’è dentro, detta bene e senza recitarla a memoria.
Anche i dettagli minuscoli dicono qualcosa: il burro che vi portano ha il nome del ristorante stampato sopra, e nessuno ci fa caso se non ci si ferma a guardarlo.
Il ritmo delle portate è calcolato bene, non si aspetta mai troppo tra un piatto e l’altro e non vi mettono fretta. La zuppa al tavolo e il carrello alla fine spezzano la sequenza nei punti giusti, proprio quando una cena lunga rischierebbe di diventare monotona.
Una cosa da sapere: il servizio è formale sul serio. Se il vostro modo di stare al ristorante è chiacchierare a voce alta e ridere forte, qui vi sentirete fuori posto.
Prima dei dolci veri arriva un passaggio di mangostano e pomelo, acidulo, servito su un piatto tondo con una decorazione a bolle: serve a ripulire la bocca da tutto quello che è passato prima, e fa il suo lavoro alla perfezione perché dopo quel boccone riparte l’appetito.
Poi tocca al mango di Miyazaki con frutto della passione, una mousse bianca coperta da una gelatina arancione. Il mango di Miyazaki è già di suo tra i più dolci che si trovino in Giappone e qui lo lavorano senza coprirlo, il frutto della passione sta lì solo per dare l’acidità che serve.
E poi arriva il carrello, che per me è il pezzo forte di tutta la serata. È un vassoio pieno di tartellette, macaron, canelé, bicchierini monoporzione, frolle, cioccolatini, con in mezzo una scultura di cioccolato a forma di albero con i frutti tropicali attaccati ai rami.
Si sceglie quello che si vuole. Io mi faccio fare un misto con un po’ di tutto, e la cosa sorprendente è che nessuno di quei dolcetti è lì per fare scena: ognuno è fatto come se fosse il dolce principale di un altro ristorante.
Arriva su ardesia, con accanto una pallina di sorbetto e una tisana calda. Di carrelli di piccola pasticceria ne ho visti parecchi in Giappone e in Francia, questo è il migliore che mi sia capitato davanti.
Pro:
Contro:
Ideale per: una cena da ricordare, anniversari, compleanni importanti, o chi vuole capire cosa sa fare l’alta cucina francese a Tokyo
Atmosfera: sala sui toni chiari con tocchi d’argento, tavoli ben distanziati, luci basse e clientela vestita per l’occasione
Da ordinare: la zuppa ai funghi preparata al tavolo, se compare nel menu del giorno
Di questa cena mi resta in testa il silenzio con cui arriva ogni piatto, quel momento in cui nessuno parla perché tutti stanno guardando cosa gli hanno messo davanti. La zuppa ai funghi e il carrello finale sono le due cose che racconterete tornando a casa, ma la sorpresa vera è la quaglia al whisky: dopo dieci piatti costruiti al millimetro, una carne morbida con una salsa scura e niente altro vi ricorda che dietro tutta quella tecnica c’è gente che sa cucinare anche senza mostrarlo.
Prendetevi la serata intera, senza niente da fare dopo, e quando arriva il vassoio dei dolcetti non siate timidi: chiedete un pezzo di tutto, tanto ve lo lasciano fare. Da mettere in cima alla lista se in un viaggio a Tokyo volete concedervi una tavola francese: di cene così, in una vita, se ne fanno poche. Andateci.
Il ristorante è al piano terra del palazzo M-SQUARE, a Kabutocho, il quartiere della Borsa di Tokyo. La stazione più comoda è Kayabacho: dall'uscita 10 sono circa 4 minuti a piedi.
Se arrivate dalla stazione di Nihonbashi ne servono 5-7, sempre a piedi.
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Asahina Gastronome
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A 449 metriPer gustare l'anago.
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Autore
Abito in Giappone, a Tokyo, da molti anni. Sono arrivato qui per la prima volta oltre 20 anni fa. Fondatore di GiappoTour e GiappoLife. Sono da anni punto di riferimento per gli italiani che vogliono venire in Giappone per viaggio, lavoro o studio. Autore dei libri Giappone, la mia guida di viaggio, Giappone Spettacularis ed Instant Giapponese (ed.Gribaudo/Feltrinelli) e produttore di video-documentari per enti governativi giapponesi. Seguito da più di 2 milioni di persone sui vari social (Pagina Facebook, TikTok, Instagram, Youtube).