Museo dei rifugiati a Shanghai

Shanghai Jewish Refugees Museum si trova sulla Changyang Road, nel distretto di Hongkou, ed è stato costruito in memoria di tutti gli ebrei che cercarono rifugio a Shanghai per sfuggire alle crudeltà del regime nazista durante la seconda guerra mondiale. Il museo è attualmente ospitato nell’ex sinagoga Ohel Moshe e ospita varie reliquie e interessanti pergamene.

La sinagoga, costruita nel 1927, fu il luogo di culto e aggregazione per la comunità ebraica di Shanghai, oltre ad essere stata la sede dell’Organizzazione Ebraica Giovanile.
Tra il 1937 e il 1941, Shanghai accolse oltre 25.000 rifugiati ebrei e divenne l’unica metropoli al mondo che non ne rifiutò l’accesso, tanto che la sinagoga diventò un simbolo di rifugio.
Tra la fine della seconda guerra mondiale e il 1960, molti ebrei lasciarono la Cina e si trasferirono in altre parti del mondo, ma la loro esperienza a Shanghai fu talmente memorabile che molti continuarono a considerarla come una seconda patria.
Facendo parte del Shanghai Jewish Heritage, l’ex sinagoga Ohel Moshe è stata annoverata tra gli edifici storici e come tale posto sotto tutela.
Le pareti del museo sono dipinte di grigio, alternato a linee di mattoni rossi e ospitano numerose foto delle abitazioni degli ebrei. Le mattonelle del pavimento sono quelle originali della sinagoga. Le sedie nella parte anteriore della sala sono disposte come in un luogo di culto.

Il ghetto di Shanghai

Il ghetto di Shanghai era un’area di circa 2,5 Kmq situata nel quartiere di Hongkou che ospitò 20.000 rifugiati ebrei fuggiti da Germania, Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania e Polonia nel corso delle due guerre mondiali. I rifugiati furono aiutati dalle famiglie ebraiche locali e da vari enti di beneficenza ebraici americani.
Il ghetto di Shanghai era stato istituito in seguito al Trattato di Nanchino, con il controllo dei documenti effettuato da un consiglio autonomo straniero. Tuttavia, dopo la battaglia di Shanghai del 1937, la città venne occupata dall’esercito giapponese e il governo collaborazionista cinese non stabilì un regime di controllo passaporti. Solo il porto di Shanghai consentiva l’ingresso senza né visto né passaporto.

Il ghetto non ospitava solo gli ebrei in fuga dalle persecuzioni naziste, ma anche le comunità ebraiche che si erano già stabilite in città nel corso dei decenni precedenti, come ad esempio i cosiddetti Ebrei di Baghdad e gli Ebrei di Russia, fuggiti dalle repressioni del regime zarista.

Gran parte degli aiuti furono forniti dal Comitato internazionale per gli immigranti europei, che provvide ad organizzare la sistemazione per i nuovi arrivati. Gli occupanti giapponesi di Shanghai consideravano gli Ebrei tedeschi come “apolidi”.
Nel 1943, l’esercito giapponese impose che tutti gli ebrei fossero trasferiti in case plurifamiliari chiamate “Heime”. Le autorità furono colte alla sprovvista e i rifugiati dovettero far fronte a dure condizioni di vita nel distretto loro destinato, spesso trovandosi a vivere in piccole stanze da condividere con altre dieci persone. Nonostante le barriere linguistiche e tutte le altre difficoltà, i rifugiati formarono in breve tempo una comunità funzionante e poco a poco vennero fondate scuole, gruppi sportivi e altre strutture per l’aggregazione sociale e persino l’intrattenimento.
Nel 1943, i Giapponesi proclamarono l’istituzione di un'”area designata per i rifugiati apolidi”, facendo trasferire tutti coloro che erano arrivati dopo il 1937 in una nuova area di due chilometri quadrati e mezzo.
Il ghetto fu liberato ufficialmente il 3 settembre del 1945, e a seguito della fondazione dello Stato di Israele nel 1948 quasi tutti gli Ebrei del ghetto se ne andarono.

Come arrivare

  • Metropolitana: linea 4, scendere a Dalian Road Station. Prendere l’uscita 3 su Changyang Road. Proseguire a piedi per circa 500 metri.
  • Autobus: numeri 13, 22, 33, 319, 868, 934, scendere a East Changzhi Road / Haimen Road Station.