Morte per troppo lavoro

Con il termine Karoshi (letteralmente “morte da lavoro eccessivo”) si suole indicare un fenomeno che in Giappone registra purtroppo numeri elevati, ossia la morte causata dal troppo lavoro, o più precisamente da patologie derivate dallo stress connesso ad una vita lavorativa eccessivamente estenuante, come infarto, ictus, emorragia cerebrale, insufficienza cardiaca ecc.
Il numero complessivo dei decessi legati a malattie cerebrovascolari o cardiovascolari nella fascia di età che va dai 20 ai 60 anni si attesta sui 35.000 casi all’anno e si stima che un terzo di questi decessi siano da ricondurre al Karoshi.

Karoshi non coinvolge solo la morte per malattie cardiovascolari, ma può includere anche altri decessi improvvisi, vale a dire, quelli connessi a mancate cure mediche a causa della mancanza di tempo libero per recarsi da un medico, a ancora i suicidi. Ad esempio, alcune vittime di Karoshi sono morte a causa di coma diabetico, malfunzionamento del fegato, ulcera peptica, asma bronchiale, e così via.

Le ragioni alla base di un fenomeno preoccupante

Il primo caso ufficiale di Karoshi è stato segnalato nel 1969, con la morte di un lavoratore di soli 29 anni, impiegato nel ramo delle spedizioni, ma è stato soprattutto a partire dagli anni ’90 che il fenomeno ha iniziato ad essere preso in seria considerazione e ad essere etichettato come una grave minaccia per la forza lavoro del paese. Nel 1987, di pari passo con una crescente preoccupazione dell’opinione pubblica, il Ministero del lavoro giapponese ha cominciato a pubblicare statistiche sul Karoshi.
Alla base di un simile scenario c’era un Giappone uscito devastato dalla seconda guerra mondiale ma in rapida ascesa verso quello che sarebbe stato di lì a poco un boom economico e una conseguente crescita a livello occupazionale.
In base ad alcune ricerche è stato decretato che un dipendente non possa lavorare per dodici o più ore al giorno, sei o sette giorni alla settimana, anno dopo anno, senza il minimo impatto a livello fisico o psicologico. Recentemente si è scoperto che il lavoratore medio in Giappone lavora almeno due ore in più ogni giorno, rispetto all’orario ordinario. In alcuni casi è stato dimostrato che le aziende fossero a conoscenza della cattiva salute dei propri dipendenti.

Cenni storici

Il primo caso di Karoshi fu inizialmente chiamato “morte improvvisa da lavoro”. Turni di lavoro estenuanti uniti ad un aumento del carico di lavoro e delle pressioni psicologiche cui molti lavoratori sono quotidianamente sottoposti, sono stati finalmente riconosciuti come cause di morte sul lavoro da parte del Ministero del Lavoro.
E’ stata soprattutto la pressione dei famigliari delle vittime di Karoshi a spingere il governo a prendere in seria considerazione il fenomeno e mettere in atto misure preventive.
Nel 1982, venne pubblicato il primo libro sull’argomento, dal titolo “Karoshi”: ecco l’origine del termine. L’approccio iniziale per studiare il fenomeno si basava sullo studio di casi singoli, cercando di trovarvi tratti comuni fino ad arrivare a delineare una situazione generale strettamente connessa con i lunghi orari di lavoro e lo stress ad essi legato. Si rilevò come la quasi totalità delle vittime da troppo lavoro avessero lavorato più di 3000 ore l’anno.
Nel 1988 un gruppo di avvocati fondò il Consiglio di Difesa Nazionale per le Vittime di Karoshi e a partire dagli anni ’90 il termine cominciò a circolare anche in occidente diffondendosi su scala mondiale e interessando sempre più i media e l’opinione pubblica fino ad arrivare negli ufficio della Commissione per i Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite.
Sindacati, medici e accademici giapponesi si sono impegnati sempre più per sostenere le famiglie delle vittime, ma ci sono voluti quasi due decenni affinché Karoshi diventasse a tutti gli effetti un fenomeno riconosciuto e oggetto di misure di tutela da parte del governo.

Caratteristiche del fenomeno

Sia che si tratti di un suicidio, sia che la morte derivi da una malattia come infarto o ictus, quando si verifica una morte da troppo lavoro, alla famiglia viene in genere riconosciuto un indennizzo, a patto che si possa dimostrare con assoluta certezza che il decesso sia legato allo stress da lavoro, un aspetto che si traduce quasi sempre in anni di iter giudiziario che in qualche caso non portano nemmeno all’indennizzo richiesto. In altri casi, invece, i tribunali giapponesi hanno infine dato ragione ai parenti delle vittime di Karoshi.
Dal momento che trovare un’occupazione nuova quando si è deciso di licenziarsi volutamente dalla precedente è praticamente impossibile, molti lavoratori preferiscono sottostare a condizioni di lavoro durissime (ad esempio straordinario non pagato), pur di non andare incontro allo spettro della disoccupazione.
Il problema degli straordinari non retribuiti è spesso legato al fatto che il lavoro straordinario semplicemente non viene registrato: per non violare le normative che impongono dei limiti alle ore di straordinario, molte aziende suggeriscono ai dipendenti di non registrare tali ore. In Giappone, il lavoro straordinario è qualcosa che viene è accettato come parte del lavoro stesso, ed è raro che si verifichino casi di proteste o insubordinazione, anche perché ciò porterebbe ad essere mal visti non solo dal proprio datore di lavoro ma anche dai colleghi. In qualche caso limite, si è registrato che alcuni dipendenti abbiano maturato ben 300 ore di lavoro straordinario in un solo mese. Va detto che queste statistiche sono in quasi tutti i casi non ufficiali, e che la maggior parte dei dipendenti tende ad astenersi dal rilasciare dichiarazioni alle autorità o alla stampa.
Una grande compagnia di assicurazione sulla vita ha preso in esame 500 lavoratori impiegati in aziende di alto livello a Tokyo: il rapporto ha mostrato che il 46% degli intervistati era in ansia per il rischio di andare incontro ad una morte da troppo lavoro e un quarto di loro ha riportato una notevole preoccupazione da parte delle proprie famiglie. La relazione indica inoltre che i membri delle famiglie di lavoratori esposti ad una mole eccessiva di lavoro tendono ad essere assai più preoccupati dei lavoratori stessi.

La posizione del governo

I Ministeri della Salute, del Lavoro e del Welfare giapponesi hanno pubblicato le statistiche relative all’anno 2007: ben 189 lavoratori deceduti in seguito a ictus o attacco cardiaco connessi allo stress da lavoro eccessivo e circa 208 lavoratori gravemente ammalati, il dato più alto mai registrato, con un incremento del 17,6% rispetto all’anno precedente.
Solo recentemente il governo giapponese ha iniziato a riconoscere il grado di responsabilità di molte aziende e nel 2008 una società è stata condannata a pagare una cifra considerevole come indennizzo alla famiglia di un lavoratore entrato in coma.
La legislazione attuale impone alle aziende di adottare misure atte a prevenire il fenomeno della morte da troppo lavoro, come ad esempio imporre dei limiti alle ore di lavoro straordinario, nonché l’introduzione di un esame medico da effettuare sul dipendente prima che quest’ultimo possa affrontare lo straordinario che gli si richiede.

La risposta delle aziende

In questo senso, un certo numero di aziende ha fatto uno sforzo per migliorare le condizioni di lavoro dei propri dipendenti. Toyota, ad esempio, limita gli straordinari a 360 ore all’anno, mentre Nissan offre la possibilità del telelavoro (lavorare da casa) per andare incontro alle esigenze di coloro che devono occuparsi dei figli o dei genitori anziani. Ancora, altre aziende hanno aumentato il numero dei giorni senza straordinario, imponendo ai propri dipendenti di lasciare l’ufficio puntualmente alle ore 17:30, anche se in molti casi si ottiene l’effetto contrario in quanto il lavoro non smaltito durante l’orario imposto viene portato avanti comunque, o in ufficio a luci spente o da casa.
Nel 2007, la Mitsubishi UFJ Trust & Banking ha iniziato a consentire ai dipendenti di tornare a casa con tre ore di anticipo rispetto all’orario stabilito, per permettere loro di occuparsi della famiglia.

Indennizzo per i famigliari delle vittime

La strada per arrivare ad un sistema di indennizzo a beneficio dei famigliari delle vittime di Karoshi è stata in salita e ha dovuto scontrarsi con la riluttanza del governo a riconoscere ufficialmente il problema. La tendenza era quella di negare che vi fosse una connessione tra il decesso di un lavoratore e le condizioni di lavoro cui era sottoposto. In altre parole, era difficile riconoscere che il lavoro potesse essere la causa della morte di molte persone. In alcuni casi si era disposti a riconoscerlo solo se si verificavano certe condizioni, come ad esempio un decesso registratosi dopo almeno 24 ore di lavoro consecutivo oppure l’aver lavorato per più del doppio delle ore regolari nel corso della settimana precedente al decesso, fino a paradossi come ad esempio il negare Karoshi nel caso in cui il lavoratore avesse beneficiato di un giorno di riposo nella settimana prima di morire.
Ecco un caso esemplare. Nel 1994 è stato negato un risarcimento per la morte di un camionista 42enne morto per infarto acuto del miocardio. Le sue ore di lavoro annue ammontavano a 5700. Egli era stato impiegato come camionista per 11 anni. L’ufficio preposto stabilì che si trattava di un ritmo di lavoro regolare, dal momento che, negli ultimi sei o sette anni il conducente aveva lavorato circa 6000 ore all’anno.
Rispondendo alle preoccupazioni dell’opinione pubblica, il governo iniziò a rendere note le statistiche sui casi di Karoshi. Di fatto il numero di richieste di risarcimento erano comunque al di sotto dei casi registrati di morte da troppo lavoro. L’esiguo indennizzo, l’eccessivo tempo per ottenerlo e l’applicazione rigorosa dei criteri per il riconoscimento di Karoshi scoraggiano ancora oggi le famiglie delle vittime a presentare le loro richieste per l’ottenimento dell’indennizzo.

Orario di lavoro

L’orario di lavoro è innegabilmente uno dei fattori principali connessi con le morti da troppo lavoro. Turni di notte, orari prolungati e straordinari al limite della sopportazione fisica (spesso non pagati o sottopagati) causano ogni anno centinaia di vittime.
Questo processo di intensificazione dell’orario di lavoro va di pari passo con una pressione psicologica che induce il lavoratore ad autoconvincersi di star facendo la cosa giusta per contribuire al buon andamento della propria azienda ed evitare ripercussioni o licenziamenti.
Molti lavoratori riescono a far quadrare il bilancio famigliare solo accettando di fare ore di straordinario o turni di notte.
Come se non bastasse, a tutto ciò va aggiunto lo stress legato al tragitto casa-ufficio, spesso caratterizzato da lunghi percorsi in mezzo al traffico caotico delle città giapponesi, che nel caso dei pendolari assumono contorni allarmanti.
Gli orari di lavoro delle imprese giapponesi sono in media più lunghi rispetto a quelli di qualsiasi altro paese industrializzato. Le lotte per l’abbassamento delle ore di lavoro giornaliere in paesi come l’Inghilterra e la Francia sono diventate materia per i libri di storia e portarono ad una sostanziale diminuzione del numero di ore di lavoro, prima ancora che la scienza medica ne avesse dimostrato la necessità.
Al contrario, in Giappone l’orario di lavoro non è mai stato oggetto di vere e proprie ondate di protesta e anzi è aumentato nel corso degli anni, andando a sottrarre sempre più tempo libero a molte famiglie.
In Giappone, il numero di lavoratori di sesso maschile che lavorano oltre 3.120 ore l’anno (che equivale a più di 60 ore alla settimana) è aumentato sensibilmente a partire dal 1975, quando il numero era di circa 3 milioni, ovvero il 15 per cento dei lavoratori di sesso maschile occupati. Nel 1988, ad esempio, ha raggiunto i 7 milioni, pari al 24 per cento della forza lavoro maschile.
La maggior parte degli osservatori e studiosi del fenomeno che vivono fuori dal Giappone sono spesso erroneamente indotti a pensare che i lavoratori giapponesi traggano grandi benefici economici dal lavoro straordinario. Al contrario, il salario medio di un lavoratore giapponese è, in proporzione al costo della vita, assai inferiore rispetto a quello dei lavoratori di altri paesi industrializzati, come ad esempio gli Stati Uniti.

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