Miko

Con il termine “miko” si indica una particolare figura della tradizione scintoista giapponese, che svolge varie attività di supporto all’interno dei santuari, dalla pulizia del tempio all’esecuzione di danze sacre per scacciare gli spiriti maligni, passando per la vendita di oggetti associati al santuario stesso.

Le donne hanno sempre avuto un ruolo importante nella regione che si estende dalla Manciuria, alla Corea e al Giappone, in particolare nelle isole Ryukyu: si tratta per lo più di sacerdotesse, indovine e sciamane attivamente coinvolte nei riti scintoisti.
L’abbigliamento tradizionale di una miko è chiamato “chihaya” e consiste in lunghi pantaloni rossi denominati hakama (spesso sostituiti da gonne a pieghe legate con un fiocco), un kimono bianco, calzari tipici e alcuni nastri per capelli, sempre di colore bianco o rosso. Nella religione scintoista, il colore bianco simboleggia la purezza.

Gli strumenti tradizionali delle miko includono azusayumi, il tamagushi e il gehōbako. Durante le cerimonie religiose, le miko utilizzano spesso campane, tamburi, candele e ciotole di riso.
Le moderne miko assistono a funzioni di culto, eseguono danze cerimoniali e vendono souvenir porta fortuna ai visitatori dei templi scintoisti: si tratta soprattutto di lavoratrici volontarie e part-time.
In ogni caso, le miko non hanno lo stesso grado di autorità di un sacerdote, nonostante nell’antichità esse rivelassero profezie che si riteneva fossero ispirate direttamente dalla voce delle divinità.
In teoria, il requisito iniziale per essere miko era quello di essere vergine, nonostante in passato siano state fatte molte eccezioni a questa regola, per permettere a donne particolarmente adatte e dotate di grande carattere di accedere a questa funzione, anche qualora fossero sposate. Se da un lato la tradizione prevedeva che una miko che decidesse di sposarsi fosse tenuta ad abbandonare il suo ruolo spirituale per potersi dedicare alla famiglia, dall’altro canto questa regola è stata gradualmente abbandonata, anche se molte miko dei giorni nostri scelgono effettivamente di dedicarsi alla famiglia, rinunciando alla loro attività al tempio.
La figura della miko è entrata a far parte della cultura popolare giapponese, in particolare nel mondo dei manga e dei giochi di ruolo, dove spesso viene ritratta come un’eroina che combatte gli spiriti maligni e i demoni, e che spesso è dotata di poteri magici o soprannaturali, oltre ad essere particolarmente abile nelle arti marziali.

Cenni storici

La figura della miko affonda le sue origini nell’antico periodo Jōmon, ad indicare delle profetesse che cadevano in una sorta di trance che le metteva in contatto diretto con le divinità.
Le miko erano spesso le figlie dei sacerdoti incaricati di prendersi cura dei santuari. Le loro attività comprendevano l’esibizione in danze cerimoniali (Miko-Mai) e l’assistenza ai sacerdoti in varie funzioni, come ad esempio i matrimoni.
Durante il periodo Nara (710-794) e periodo Heian (794-1185), i funzionari del governo cercarono di controllare le pratiche Miko, evitando che venissero compiuti abusi legati al loro ruolo sociale, dal potere sempre più crescente. Durante il periodo Kamakura (1185-1333), caratterizzato da frequenti guerre tra shogun, la miko era stata relegata ad una condizione di mendicità, poiché molti santuari erano caduti in disgrazia. Molte miko, dopo aver perso il loro contesto di attività, vennero associate a donne dalla dubbia moralità, ben lontane dalla spiritualità che le aveva sempre contraddistinte.
Dopo il 1867, di pari passo con la volontà del governo Meiji di creare uno stato scintoista guidato dall’imperatore-sciamano, molte figure spirituali, incluse le miko, vennero private delle loro funzioni.

Classificazioni

L’etnologo Kunio Yanagita, che per primo si occupò di studiare questa figura, le suddivise in jinja miko, dedite a danze con campane, kuchiyose miko, che parlano in nome dei defunti, e kami uba, impegnate nelle invocazioni alle divinità.
I ricercatori hanno inoltre classificato le miko contemporanee a seconda delle loro pratiche e della loro provenienza: itako bendate (concentrate nel Giappone orientale e settentrionale), okamin bendate (nord ed est del Giappone), waka bendate (Giappone nord-orientale), moriko (a nord e ad est di Tokyo), nono (Giappone centrale), zatokaka bendate (nord-ovest Giappone) e sasa hataki (a nord est di Tokyo).

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